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mattino del 6 febbraio 1692 la campana maggiore della Chiesa parrocchiale
di Quarna Sotto chiamava a consiglio i Capifamiglia per decidere qualcosa
d'importante ed impegnativo. La popolazione già era a conoscenza di quello che si sarebbe dovuto trattare in quell'assemblea, perché già da tre anni se ne parlava. Il curato di allora, don Carlo Francesco Giuppini, nativo di Romagnano, subito dopo il suo ingresso nella Parrocchia di S. Nicolao, avvenuto nel 1691, aveva sostenuto l'ampliamento della Chiesa parrocchiale. La vecchia chiesa era lunga pressappoco fino alla balaustra attuale e non era sufficiente a contenere tutti i fedeli che partecipavano alle funzioni domenicali. Dal Registro dello Stato d'Anime d'allora risulta che nel 1691 c'erano 990 abitanti; nel 1693 il numero degli abitanti era salito a 1003. Forse fu questo costante aumento di popolazione che fece preoccupare il Curato d' allora e lo fece pensare all'ampliamento della chiesa. In seguito, pur diminuendo leggermente il numero della popolazione, la vecchia chiesa era sempre insufficiente. Forse il Curato Giuppini non fu quindi il primo a pensare all'ampliamento della chiesa, ma soltanto colui che riuscì ad effettuarne l'esecuzione. Il 14 gennaio 1693 ottenne per iscritto dal Vescovo il permesso di valersi dei denari della chiesa per la nuova fabbrica. Il 26 luglio del medesimo anno, d'accordo con i Fabbricieri Giacomo Rampone, Antonio Gasparoia, G. Battista Forni e Nicolò Tonna, redasse i capitoli da osservarsi da chi avrebbe lavorato nella nuova fabbrica della chiesa. Questi capitoli sono molto interessanti: veniva stabilito ad esempio che i garzoni non avessero meno di 16 anni e che sapessero " far muraglia " per un compenso di 29 soldi al giorno. Il capomastro non doveva venire sul luogo " più di quello che porta il bisogno né gli si dii più di lire 3 imperiali per caduna volta e debbi in tanto spesarsi del proprio ". Si metteva infine la condizione che il Curato ed i Fabbricieri potessero licenziare i muratori che non avessero dato rendimento. I fondi della chiesa non erano neppure lontanamente bastevoli per la nuova fabbrica, anche se la chiesa possedeva allora dei boschi e poteva inoltre avere la calce gratuitamente, poiché proprio su un suo terreno era sorta una fornace e questa passava un peso di calce per ogni infornata. Era dunque necessario il contributo della popolazione. I Capifamiglia s'impegnarono, a nome di tutta la popolazione che rappresentavano ufficialmente, a contribuire mediante prestazioni di mano d'opera alla fabbricazione della nuova chiesa. Incaricarono pertanto i quattro Fabbricieri quali assistenti ai lavori che consistevano per lo più in trasporto di materiale. Stabilirono infine che tutti quelli che " tenevano casa, fuoco ed abitazione in detta terra " portassero il loro contributo senza eccezione. Siccome a quei tempi si lamentava che in paese ci fossero alcuni, pochissimi per la verità, che si lasciavano prendere dall'ozio, allora si stabilì che " se qualcuno fosse contumace e resistente sarà condannato al pagamento di trenta lire imperiali per giornata da esigersi inammissibilmente e da devolversi per la fabbrica della chiesa. E acciò più pronta ed inviolabile sii la esigenza della pena suddetta li prefati Costituenti supplicano il sig. Podestà di Omegna che dopo il termine di giorni tre, proceda alla pignorazione dei beni dei delinquenti e contumaci ". Naturalmente questa mano d'opera, certo imponente perché non c'erano strade carrozzabili e mezzi di trasporto, non poteva essere prestata tutta in giorni feriali perché quella gente aveva pur bisogno di vivere. Allora il Curato chiese ed ottenne dal Vescovo il permesso di lavorare la domenica per la chiesa. Il 6 giugno 1695 il Curato ed i Fabbricieri stipularono il contratto col capomastro Lorenzo Battaglia di Brusino Piano e cominciarono i lavori. Cominciarono presto però anche le note dolenti, ossia i conti da pagare: lire 1.000 per le cappelle laterali e lire 216,50 per la sacrestia. Nel 1696 già si chiese al Vescovo il permesso di usare i fondi dell'Oratorio del Saliente per pagare i debiti. Nel 1697, dopo aver fatto i lavori più urgenti tanto da poter usare la chiesa per la celebrazione della Messa, si sospendono i lavori che però ripresero due anni dopo, nel 1699. Prima di procedere nella descrizione dei lavori, diamo uno sguardo a quella che era la vecchia chiesa, seguendo la descrizione che ne fece il parroco don Giovanni Crotta nell'inventario del 1655. Essa era più corta e più bassa. Il coro era fatto in cinque angoli ed aveva una finestra centrale a forma di mezzaluna. Tra il pavimento della navata e quello del presbiterio c'era la differenza di un solo gradino; l'altare non era in marmo ma di sassi e calcina rivestiti di legno ed aveva tre gradini, due di serizzo ed uno di marmo. Vi era una sola cappella laterale, dalla parte dove ora c'è la cappella del Rosario. Anche quella era dedicata alla Madonna del Rosario ed aveva sull'altare il quadro raffigurante la Madonna ed i Misteri del Rosario. Le balaustre erano di ferro o di legno, come nel Battistero. Il campanile si trovava sul lato della chiesa opposto a quello dove si trova ora. La sacrestia si trovava già al posto attuale ma era molto più piccola. Di fianco all'altar maggiore c'erano due armadi di noce intagliati con diverse figure d'Angeli " alti circa cinquantadue onze da cubito ". Nell'armadio dalla parte del Vangelo erano conservate le Reliquie e nell'altro gli Oli Santi. La chiesa era circondata dal cimitero che confinava, dice l'inventario, " da tre parti con gli eredi di Franco Tonna e dall'altra parte con la strada comunale ". In questo inventario del parroco Crotta si trova anche la descrizione delle due vecchie campane, quelle che poi vennero rifuse. La maggiore portava la seguente dicitura: " Ad Honorem Dei, Virginia ac S. Patroni Nicolai ei Omnium Sanctorum " e quattro immagini: il Crocifisso, la Madonna, S. Nicolao e S. Bernardo. La seconda campana, " larga un cubito e alta 17 oncie ", portava le immagini del Crocifisso, della Madonna, di S. Michele, con questa dicitura: " Jesus Maria Rex venit in pace, Deus homo cactus est " (Gesù per mezzo di Maria venne come Re nella pace, Iddio si è fatto uomo). Nell'inventario di don Giuppini, fatto durante la sospensione dei lavori, si legge: " La navata è longa brazza 32: ½ è larga circa brazza 16, e il coro largo brazza 13: ½ è lungo 17 circa, e questo per la nuova fabbrica ". Dunque nel primo lotto di lavori era stata prolungata la chiesa. Non era però ancora stata rialzata. Erano state eseguite le cappelle laterali, benché non fossero ancora perfezionate: " una di esse, quella a latere Evangelii - scriveva allora don Giuppini - servirà per l'altare del SS. Rosario e l'altra in onore dei Santi Antonio abate e Defendente martire, protettori di detta Terra per il pericolo del fuoco ". I gradini della balaustra erano diventati tre: due di serizzo ed uno di marmo, come pure la balaustra stessa. I tre gradini dell'altare erano tutti di marmo. Di fianco all'altare maggiore erano rimasti i due armadi ma ne era stato invertito l'uso: le Reliquie erano state portate in quello di destra " per essere quel luogo più asciutto ". Nel mezzo del coro era stato posto un gran quadro ad olio donato da benefattori piemontesi all'Oratorio del Saliente " ove per l'umidità pativa pregiudizio nei colori " che rappresentava la B. Vergine Assunta in cielo, S. Sebastiano, S. Carlo Borromeo. Vi erano lateralmente altri due quadri, di S. Marco evangelista e di S. Grato. Nella cappella del Rosario era rimasto il quadro preesistente, mentre in quella nuova di S. Antonio ne era stato posto uno raffigurante la Vergine col Bambino e ai piedi S. Difendente e S. Antonio. Le balaustre delle cappelle erano ancora di legno. A proposito della sacrestia don Giuppini scrive: " si è fatta di nuovo, larga brazza undici in quadro, con quattro finestre, per la spesa di lire 216,50 imperiali ". Mentre si facevano i lavori all'edificio della chiesa non erano trascurate le suppellettili. Si pensi che l'altar maggiore aveva ben due padiglioni, uno per i giorni feriali ed uno per quelli festivi in seta bianca e rossa. Nel 1699 ripresero i lavori. Con un contratto che porta la data del 6 febbraio 1699 si stipula tra il parroco Giuppini, il cappellano Tonna ed i Fabbricieri G. Rampone, G. B. Forni e A. Gasparola da una parte ed il predetto Lorenzo Battaglia dall'altra: I. " Di far finita, rizzata e stabilita la chiesa suddetta, con fargli la sua facciata di fuori rizzata fino in fondo, con le sue fasse. Far dentro tre archi con le sue finestre superiori proporzionate dentro e fuori, stabilite a guisa delle altre. Con che le fasse, o siino cartoccii, siino fatti e fabbricati da stuccatore perito " II. " Mettere due porticine laterali e piantar la maggiore giusta gli serizzi che gli saranno somministrati " III. " Demolire del proprio il campanile e altre muraglie vecchie " IV. " Dilatare il battistero, tanto che si possa andar attorno al medesimo vaso comodamente " V. " Fare le nicchie per i confessionali " VI. " Piantare il pulpito con farci la scala che resti coperta " VII. " Aggiustare il pavimento dove si romperà e insieme imboscarlo e coprirlo tanto che non vi manchi cosa alcuna giusta il senso di prudente artefice nell'arte " VIII. " Tutto questo debba darsi perfezionato entro tre anni compreso il presente " Per tutti questi lavori la somma pattuita era di lire 1.650 imperiali. Senza dubbio ad incoraggiare la ripresa dei lavori furono alcune offerte straordinarie fatte dai concittadini residenti altrove. Gli stalli del coro " furono fatti fabbricare con limosine dei Piemontesi del paese ". Costarono ben 600 lire imperiali. Altri benefattori residenti a Tortona offrirono nel 1698 la balaustra in marmo della cappella del Rosario. Nel 1703 i benefattori Piemontesi (non si sa se erano i medesimi del coro) offrirono la balaustra dell'altra cappella. Un certo Giacomo Rampone donò il grande quadro che rappresenta S. Nicolao mentre salva tre condannati innocenti. Il quadro che era stato in precedenza sistemato nel coro (quello portato dal Saliente) venne rimosso e collocato in sacrestia. Un altro quadro donato in quel periodo fu quello che rappresenta S. Valentino sbranato dai leoni. Tutto procedeva bene quando, nel 1706, una " inondazione di acque " danneggiò seriamente la strada sotto il muro del sacrato ed il medesimo corse il pericolo di " ruina notabile ". Si dovette allora provvedere d'urgenza alla riparazione. Questo imprevisto fece ricorrere ancora al Vescovo per chiedere di usare nuovamente i fondi dell'Oratorio del Saliente. Non si sospesero però i lavori della chiesa e, nello stesso anno dell'inondazione, venne posto il nuovo pulpito, scolpito da Pietro Del papa. Le figure scolpite raffigurano S. Nicolao, gli Evangelisti ed i Dottori della Chiesa. Nel 1708 occorsero ulteriori riparazioni alla cappella del Rosario, dovute all'allestimento del nuovo campanile. Si fecero pure alcuni lavori al battistero ed al pavimento, usando questa volta i fondi della Confraternita. L'anno seguente don Giuppini lasciò, dopo una permanenza di 18 anni, la parrocchia di Quarna Sotto e venne trasferito a Sizzano, dove morirà 28 anni più tardi, nel 1737. Gli successe don Giovanni Antonio Pampuro da Lumellogno, che rimarrà a Quarna Sotto ben 46 anni, rendendosi anch'egli benemerito non solo per la cura d'anime ma anche per l'amministrazione della chiesa. Don Pampuro non fece che continuare nella scia del suo predecessore, ultimando le opere di rifinitura della chiesa. Nel 1712 venne collocata e benedetta la statua di S. Antonio abate e l'anno seguente venne collocata la statua della Madonna. Quest'ultima non è l'attuale poiché in seguito venne sostituita mentre quella di S. Antonio si conserva ancora. L'opera più rilevante che don Pampuro fece eseguire nella chiesa fu l'altare maggiore. Erano ormai 23 anni che si trovava a Quarna Sotto ed indubbiamente durante questi anni non fece altro che raccogliere e risparmiare racimolando la somma di ben 2.825 lire imperiali per poter costruire un altare di grande valore. Una somma ingente se si pensa che la costruzione della cappella, della sacrestia e del coro era costata solo 1.816,50 lire. Nel 1732 venne stipulato il contratto con i marmisti Giuseppe Buzzi e Francesco Olgiate di Viggiù. Nel documento si legge che il curato ed i tesorieri chiedevano un altare con fregi marmorei sul tipo di quelli del Borgo S. Andrea di Novara. Anche la custodia ed il tempietto dovevano essere simili a quelli di S. Andrea. Il tabernacolo invece doveva essere come quello di Crusinallo. Si fissava pure il colore e la qualità dei marmi e si stabilivano come fregio marmoreo della mensa gli emblemi vescovili (mitra e pastorale) del patrono S. Nicolao. I marmi dovevano essere portati fino ad Omegna a cura dei marmisti di Viggiù e da Omegna a Quarna a spese della chiesa. Probabilmente però si prestò la popolazione a portare i vari pezzi dell'altare con le proprie spalle lungo la ripida mulattiera. Terminati i lavori d'ampliamento della chiesa ed ultimate pure le cappelle laterali, si provvide ad una prima tinteggiatura delle pareti. Fu una cosa molto semplice. In un inventario del 1759 è riportato che la chiesa era " tutta imbiancata con il cornicione, lesene e capitelli a guisa di marmo macchiato ". Nel battistero c'era un dipinto, pare su tela, raffigurante il Battesimo di penitenza di Gesù nel Giordano. Aumentavano però il decoro delle pareti ben 26 quadri tra piccoli e grandi. Così i lavori nella chiesa potevano dirsi finalmente, dopo più di mezzo secolo, tutti ultimati e l'8 settembre 1760 Mons. Balbis Bertone procedette alla consacrazione del tempio. In tale occasione il Vescovo concesse alla Parrocchia il titolo prepositurale, per cui i parroci da allora si chiamarono " prevosti ". I due fatti sono ricordati nelle due lapidi marmoree sovrastanti i due armadi per le Reliquie che si trovano sulla parete di fondo della chiesa. Le iscrizioni, tradotte in italiano, sono le seguenti: " A Dio Ottimo Massimo - L'Eccellentissimo e Rev.mo Signore - Sig. Aurelio B. Bertone Vescovo di Novara ecc. - Consacrò e dedicò questo tempio a S. Nicolao da Mira - Stabilì che l'anniversario della consacrazione fosse celebrato ogni anno nella prima Domenica di settembre - Nel qual giorno a coloro che lo visitano devotamente è concessa l'indulgenza di 40 giorni - 8 settembre 1760 - (La lapide fu donata da) Benefattori Piemontesi ". " A Dio Ottimo Massimo - L'Ecc.mo e Rev.mo Signore - Sig. Aurelio B Bertone - Vescovo di Novara - Principe di S. Giulio e Orta ecc. - ha insignito col titolo prepositurale il parroco e questo tempio dedicato a S. Nicolao da Mira - Il giorno 8 settembre 1760 - Benefattori Torinesi ". Da allora per diversi anni non si fece più nulla d'importante nella chiesa. Nel 1824 venne donata la statua di S. Bernardo dai tessitori ossolani. Nel 1837 si fece un nuovo lavoro importante: si costruì il nuovo organo in fondo alla chiesa a cura della Ditta Biroldi di Varese. L'organo che c'era prima era situato sopra la porta degli uomini all'altezza del pulpito e fu venduto per 600 lire probabilmente alla chiesa di Fornero. La spesa del nuovo organo fu di 5.550 lire. La gente contribuì con l'offerta di piante di noce per il valore di 4.902 lire. Nel primo centenario della consacrazione e precisamente negli anni 1859 e 1860 si fecero vari restauri sia all'interno che all'esterno della chiesa. Non viene però ricordato di che genere di restauri si tratti. Si pensò anche di tinteggiare un po' meglio la chiesa. È da notare che proprio nel 1858 il prevosto Giuseppe Longhi si era ritirato a Fornero dove morì dopo due anni e a Quarna Sotto fu un succedersi di Reggenti fino al 1861, quando venne nominato parroco don Giuseppe Galli. Questo tuttavia non impedì l'attuarsi dei lavori. Il Reggente che se ne occupò maggiormente fu don Gaudenzio Ottone che rimase a Quarna Sotto neppure due anni. Per fare questi lavori si vendettero due selve della chiesa situate in regione Monte (ricavato 150 lire) e regione Croso (ricavato 60 lire). La tinteggiatura della chiesa venne affidata a Carlo Cerruti da Gavirate in provincia di Como. Ecco la descrizione di quelle tinteggiatura com'era stata fatta nel contratto: I. " Nelle due volte del presbiterio divise dall'arco che circonda la volta si farà una cartella racchiudente vari trofei ecclesiastici, circondata da fasce con sagome " II. " Nel cornicione che circonda la chiesa si farà un finto marmo di Carrara ed il fregio dello stesso cornicione lo si dipingerà a pietre di lapislazzuli " III. Le pareti del presbiterio dovranno essere dipinte a finta tappezzeria giusta il disegno della tappezzeria che trovasi attualmente nella suddetta chiesa " IV. " La volta della chiesa verrà dipinta con tinta canina ovvero come più piacerà alla Fabbriceria stessa " V. " Gli archi della volta saranno dipinti in forma di marmo " VI. " Le pareti sotto la balaustra dovranno essere spugnate a finta scaiola " VII. " I lavori delle 2 cappelle laterali, dove ci sono rilievi a stucco, si eseguiranno in bianco o in giallo con fondo celeste e dove non vi sono rilievi si coloriranno con tinta a piacimento della Fabbriceria " VIII. " L'arco che circonda la suddetta cappella verrà dipinto giusta lo stile degli altri archi della volta " IX. " La cappella del battistero si dipingerà in forma di grotta, finto tufo " X. " Lo zoccolo della chiesa sarà fatto in forma di marmo " Il tutto costò 500 lire fuori il ponteggio e l'opera del muratore. È da notare che quei dipinti furono eseguiti a tempera. Il prevosto don Galli nel suo inventario dice che la chiesa era " dipinta un po' troppo ad uso sala ". In quell'occasione venne tolto il capocielo e l'architrave " ancora bello " (sono parole di Don Galli) sul quale era scritto " Attendite ad petram unde excisi estis ". Di quello rimase il Crocefisso che pendette dalla volta tra presbiterio e navata fino al 1908. Sull'organo erano state poste le parole: " Frammiste al suon dell'organo, laudi al Signor cantate ". Nel 1876 fu donato il lampadario da parte di benefattori del Vallese (Svizzera). Nel 1881 don Galli fece posare il pavimento a piastrelle del presbiterio (escluso il coro). |